
Avrei voluto leggere uno sguardo. Per capire cosa voleva dire. Anche a costo di scoprire che non voleva dire niente in più di quello che ha detto. Ma avrei voluto leggerlo perchè ne avevo bisogno.
Avrei voluto sventrare una pancia per sorprendere proprio quelle emozioni che si riversano lì, le emozioni non pensate, non digerite, non razionalizzate. Le più autentiche. Quelle di cui spesso non siamo consapevoli e che neghiamo anche a noi stessi.
Avrei voluto leggere il non verbale. I movimenti, le espressioni del viso ed il modo di gestire lo spazio. Lo spazio vicino a me. Grande o piccolo che fosse. Avrei voluto capire perchè c'era e che senso aveva.
Avrei voluto leggere ogni significato nascosto dietro le parole. Forse non ce n'era nessuno. Ma avrei voluto saperlo col rischio di non trovare nulla.
Avrei voluto leggere un sorriso. Capire se era semplicemente una contrazione naturale dei muscoli facciali o se era spinto da emozioni interne.
Avrei voluto conoscere i pensieri di quei momenti. Le cose non fatte, le cose non dette. Se ce n'erano. Avrei voluto saperle. Anche a rischio di trovarle deludenti, avrei preferito saperle.
Non l'ho fatto. Non sono in grado di comprendere il non verbale. O meglio non posso farlo se sono offuscata dai miei pensieri, dalle mie emozioni e sensazioni. Infondo potrebbe essere tutto solo mio. Mia quella sensazione di dispiacere che ho letto. Mio quello sguardo di tenerezza che ho captato. Mio quel sorriso di imbarazzo. Mio quel soffermarsi nel mio spazio più del dovuto. Miei quei significati che ho aggiunto alle parole. Si, credo sia tutto mio, solo mio. Ma è dura convincersene sul serio.

Tutti siamo assetati d’amore:
è il primo bisogno della nostra natura,
la prima preghiera dei nostri cuori.
Ma non osiamo palesare i nostri desideri:
siamo troppo timidi.
Io vado in cerca d’amore,
e ne trovo provviste inesauribili nei cuori degli altri.
Ma quando cerco di chiederne per me,
ecco che questa orribile timidezza mi soffoca.
Mi manca la parola.
O, peggio, dico cose senza senso, bugie assurde.
L’affetto di cui sono assetata lo vedo profuso
ai cani, ai gatti, agli uccelli:
soltanto perché loro lo sanno chiedere.
Bisogna saperlo chiedere:
è come un fantasma che non può parlare
se prima non gli rivolgete voi la parola.
Tutto l’amore che c’è nel mondo anela a parlare;
ma non osa perché è timido, timido...timido!
Ecco la tragedia del mondo."
da "Candida" di G. Bernard Show

Mi sono sempre chiesta quanto si possa considerare il desiderio di una persona alla stregua di qualsiasi altro tipo di desiderio.
Sono dell'idea che bisogna provare in tutti i modi a realizzare i propri desideri, sogni o aspettative che dir si voglia. Spesso ho dei momenti di grande sconforto e mi convinco di voler smettere di desiderare. Mi convinco di voler rinunciare ai miei sogni. Ma poi, passata la frustrazione, non ce la faccio. Mi chiedo sempre se ho fatto abbastanza, se non posso trovare qualcos'altro da tentare o persino se non posso riprovare qualcosa di già fatto. In fondo se si desidera davvero qualcosa non si smette mai di tentare di realizzarla. Non si smette mai di credere che ci siano altre strade da percorrere, terreni da battere, semi da piantare. Questo non significa credere che sicuramente si realizzerà quel che si vuole. Sono troppo convinta che volere non è necessariamente potere. Non basta desiderare, sognare, volere. E spesso non bastano tutti i mezzi che adoperiamo per realizzare i nostri desideri. Per quanto forti, mossi da un'autentica passione. Altrimenti saremmo un mondo di onnipotenti, noiosamente appagati. Resta comunque fondamentale in una vita volere, sognare, desiderare.
Mi chiedo quanto tutti questi pensieri possano valere quando l'oggetto del desiderio non è una casa, un lavoro o qualsiasi altra cosa. Mi chiedo cosa accade quando l'oggetto del desiderio è una persona con il suo bagaglio di desideri, volontà, sogni. Non penso si possa direzionare l'attrazione tra due persone. E' quanto di più irrazionale c'è. E' una molteplicità di fattori alcuni dei quali illogici ed inconsapevoli. E capisco che il semplice parlare o meglio scrivere di questo può sembrare delirante. Ma anche questo è un desiderio. Ed è un desiderio importante. Un desiderio che fa emozionare, tremare, battere il cuore, fa venire i crampi allo stomaco. E allora che fare? Stare inerti lasciando che il destino abbia il suo corso, consapevoli dell'inutilità di qualsiasi gesto?Oppure provare a fare qualcosa così come la si farebbe per qualsiasi altro tipo di desiderio, investendo tempo e risorse a disposizione? E poi ancora, quando fermarsi? Quando capire che si è fatto tutto il possibile? Perchè anche in questo caso si trova sempre qualcosa che ancora non si è tentata, detta o comunicata.
Probabilmente i miei quesiti sono assurdi. Del resto tento di rendere razionale qualcosa che è stupendamente irrazionale. Ma non sopporto il sentirmi impotente di fronte a certe cose. A volte ho desiderato uomini che non potevo avere per un motivo o per un altro. E mi sono sempre chiesta se ho fatto bene a non fare nulla, a lasciare che le cose prendessero il loro corso. Perchè in fondo se senti davvero qualcosa per qualcuno che sia attrazione fisica o intellettiva o entrambe forse varrebbe la pena di dirglielo. Visto quant'è difficile provare certe cose. Forse varrebbe la pena di mettersi in gioco. Di tentare. Forse vale la stessa regola che mi ripetono tutti per il lavoro. Anche se non vedi nessuno spiraglio devi sempre tentare e non fermarti mai. Arriverà. Forse anche nei sentimenti è così. Devi tentare. Non lo so. Però è triste, a volte, lasciar sbollire delle belle sensazioni che qualcuno ti provoca. O tenerle solo per te. Sono così belle che è un peccato non esplicitarle. Chissà, magari tu vedi qualcosa che l'altro non riesce a vedere. In fondo credo che l'unico modo per accettare davvero una sconfitta sia la consapevolezza che si è fatto di tutto per raggiungere ciò che si voleva.
Voi che ne dite?

L'altro giorno guardavo una persona. E' una di quelle persone che a pelle mi stanno particolarmente antipatiche. Mi dà fastidio sentire anche il suono della sua voce così altezzoso, arrogante ed inevitabilmente stupido. Non mi ha fatto nulla. Ma mi ritrovo ad osservare i suoi comportamenti con gli altri e vivo in maniera partecipata la sua maleducazione e cafoneria. E magari dietro questo, sguinzagliando la me psicologa, c'è un mondo di solitudine e sofferenza. Ma non m'importa. E' una persona cafona e fastidiosa per me e per molti altri.
Ad un certo punto mi sono resa conto che questa persona probabilmente legge il mio blog assiduamente. Un moto di fastidio mi è salito dentro. Ed i dubbi, le perplessità sul blog ritornano.
Io scrivo solo di me. Non ce la faccio a commentare la cronaca. Magari qualche volta lo farò, ma ci metterò molto del mio. Questo è un luogo in cui io sviscero le mie emozioni, nude e crude, spesso non filtrate appieno dalla ragione. Qui, come avrete notato, io decido di consegnare dei pezzetti di me, del mio mondo interno non sempre facile da intuire visivamente.
Il mio fastidio non è per gli amici che leggono. Certo magari a volte loro mi fanno domande, mi chiedono specificazioni. Ma non più di tanto. Chi mi è davvero amico sa fin quando e fin dove può spingersi con me. E poi sto imparando a dire no. A non concedere aspetti di me che non voglio concedere. Sto imparando a sottrarmi ed a pensare che posso anche scrivere un post e non dare ulteriori specificazioni a chi me le chiede. Perchè se è vero che scrivo qui pezzi del mio mondo interiore, è anche vero che decido io fin dove spingermi e il limite che non voglio superare.
Non ho fastidio neanche per voi che siete amici di blog e non mi conoscete di persona. Sono molto scettica sulle relazioni virtuali. Ma quest'esperienza mi sta permettendo di sperimentarmi e di scoprire quanto si può trarre da una persona virtuale. Molti di voi mi emozionano. Non credevo potesse accadere! Ed i vostri commenti mi fanno piacere, sono curiosa di leggere cosa traete dalle parole che scrivo. Anche perchè le mie parole sono l'unica fonte di conoscenza che vi porta a me.
Il mio fastidio è per quella gente che conosco solo di vista, che non è amica, ma conoscente o poco meno. Già il mondo sommerso di chi mi vede nella vita reale ma non mi frequenta e poi legge di me. Ancora una volta il sapere che consegno la mia interiorità a tutti mi disorienta. Allo stesso tempo il blog è un'esperienza che sento di voler continuare. Perchè ne ho voglia. Perchè scrivere di me e leggere i commenti a volte mi calma e mi tranquillizza un pò. E per tanti altri motivi.
Eppure lo sguardo di quella persona cafona e maleducata era uno sguardo di chi ha messo il naso tra le mie cose. Ed io nn l'ho tollerato.

Ammetto di pensare che certa gente che mi ha fatto stare male non merita di essere felice. Specie se questa felicità o serenità che dir si voglia è la stessa che vorrei avere io. Forse sono una stronza. Sicuramente anzi. Ma è una parte di me anche questa. Non sono solo dolce e smielata. Sono anche stronza.
Ammetto di pensare che con certa gente che mi ha fatto stare male avrei dovuto e soprattutto potuto fare la stronza. E non l'ho fatto. Perchè mi sono convinta che sarebbe stato come sparare sulla "croce rossa". Ma questa rabbia inespressa, ai tempi nascosta da compassione, bolle e ribolle. E no! Non gioisco della serenità di chi mi ha ferita. Di chi ha spento la mia parte vitale e passionale. Non ce la faccio.
Ammetto di farmi fantasie mentali immaginando di svelare la vera identità di certa gente. Perchè anch'io ci sono cascata. E non è giusto. Non è giusto che queste persone distruggano e poi ricostruiscano con tanta leggerezza e facilità. E chi è stato distrutto ci metta tantissimo tempo a rimettere insieme i cocci, temendo a volte, di non farcela.

I desideri stavano strappandomi l'anima.
Potevo viverli, ma non ci son riuscito.
Allora li ho incantati.
E a uno a uno li ho lasciati dietro di me...
Ho disarmato l'infelicità.
Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri.
Se tu potessi risalire il mio cammino,
li troveresti uno dopo l'altro,
incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta
di questo viaggio strano che
a nessuno mai ho raccontato se non a te.
A. Baricco

Alcuni mesi fa sono stata a Milano. Aldilà di tutte le razionalizzazioni, adesso riesco a dirmi che sono stata lì per fuggire. Fuggire da un dolore, da una sofferenza, da una delusione amara. Sono partita per difendermi, per non sentire, per non piangere. Per mettere a tacere e dirmi che "in fondo non era successo niente e la vita andava avanti". Sono partita per sentirmi forte. Per sentire che non mi lasciavo travolgere da una brutta esperienza.
Lì andavo spesso in giro da sola. Ed avevo sempre il lettore mp3. Me lo sono fatta prestare da mio fratello prima di partire. Ho scelto con cura le canzoni da inserire. A Palermo non avevo mai usato il lettore mp3. Ma lì mi immaginavo così, sola con le mie cuffiette. E non solo per uniformarmi alla moda. E non solo perchè sapevo che avrei passato molto tempo da sola, visto che il mio amico lavorava. Io volevo quelle cuffiette per non"sentirmi", per non lasciare che i pensieri e le emozioni mi travolgessero. Quelle cuffiette mi anestetizzavano.
Ultimamente mi è venuta voglia di comprare un lettore mp3 tutto mio. Anche perchè quello di mio fratello si è rotto. Ma come faccio spesso, rimando aspettando l'occasione giusta. Oggi l'ho comprato. Tanto tempo ad aspettare, a rimandare. Oggi sono andata al negozio, ho guardato la vetrina, ho scelto e l'ho pagato. In tutto ho impiegato 5-7 minuti. Oggi non volevo tornare a casa senza le cuffiette. Era impensabile.
Anche oggi non voglio sentirmi. Anche oggi voglio che la musica che fuoriesce dalle cuffie copra i miei pensieri e le emozioni. Oggi non voglio pensare. E non voglio neanche parlare. No, è così, non voglio sfogarmi con nessuno. Non voglio sentire le solite frasi di circostanza. No! Non le voglio sentire. Oggi voglio stare da sola con le mie cuffiette lasciando che la delusione, la rabbia, la tristezza, evaporino senza che io le provi, senza che io le senta.
Io mi stavo costruendo il mio sogno. Era un bel sogno. Non bellissimo, ma carino. Il sogno è iniziato per sguardi sempre più insistenti e per parole, tante parole. Non fraintendibili. O forse si. Adesso non lo capisco più. E forse capire "perchè" è quello che dovrei fare. Ma mi sento priva di forze. Non ce la faccio. Io per un attimo ho creduto a quelle parole e le ho collegate all'intensità degli sguardi e dei sorrisi. E questo è entrato dentro di me, si è fatto un pò strada. Non tanta per fortuna, ma comunque sia abbastanza da farmi stare male oggi. Già male, perchè ancora una volta scopro che dò un peso enorme a parole che per chi le pronuncia sono solo giochini. Male perchè ancora una volta faccio il grave errore di credere che se una persona è impegnata non le dice "determinate parole" ad un'altra. Già non ti chiede il numero, non t'invita ad uscire, non ti riempie di complimenti. E poi per caso, assolutamente per caso, l'amara verità. E beh ma io le verità le ho sempre scoperte così, per caso. Che poi non lo se è un caso. E così senti una telefonata, riconosci i soggetti e capisci. La cosa più dolorosa è non poter urlare, ma sentirti morire dentro. La cosa più dolorosa è dover ingoiare le lacrime che arrivano a dirti che stai di nuovo male, che sei stata stupida e che ci sei cascata di nuovo. La cosa più brutta è sentirti così disperata e doverti prendere cura di una paziente che ha bisogno di te. La cosa più brutta è vedere le lacrime della paziente, lacrime su cui hai lavorato, lacrime che hai incoraggiato affinchè venissero fuori. La cosa brutta è che adesso vorresti tirarle fuori tu le lacrime. E non sono solo le lacrime di adesso, ma sono le lacrime di tutte le altre volte in cui questo è capitato.

In fondo ho capito che le parole che riescono a ferirmi di più sono quelle dette senza nessuna intenzione di attaccarmi. Mi sento travolta da quelle parole che escono con naturalezza dalla bocca di chi le pronuncia. Parole spontanee, innocue, naturali, banali per chi le pronuncia. Parole che a me arrivano come pugni allo stomaco. In fondo credo dipenda dal fatto che non c'è nessuna corazza verso la spontaneità degli altri, davvero nessuna. Contro la cattiveria ci si può corazzare, si può alzare lo scudo e parare il colpo. Contro la spontaneità di chi ti sbatte in faccia la sua verità, no. Perchè non sai cosa sta per dire. Perchè ti senti tranquilla, perchè non ti prepari nessuna difesa. Ed il colpo arriva dritto allo stomaco, proprio perchè non te l'aspettavi e non hai potuto difenderti. E la cosa assurda è che non se l'aspettava nemmeno la persona che te l'ha sferrato il colpo di farti del male. Perchè di una cosa sei certa. Quella persona non voleva colpirti. Quelle parole le ha dette come ne dice tante altre ogni giorno. Senza nessuna cattiveria.
Sto ancora cercando di capire come difendermi dalla spontaneità degli altri. Forse farei bene a trasformare quello che io ho vissuto come ferita in un confronto, in uno scambio. Perchè alla fine il dolore arriva solo perchè ci si aspetta e si pretendono cose incredibili da chi non può dartele. Perchè non è lì per questo. Perchè non è il suo compito. Perchè non vuole farlo. Allora bisognerebbe direzionare le proprie aspettative e le proprie pretese verso chi può soddisfarle. Ma non è poi così semplice, almeno per me.

Sarà che stasera mi prende male. Sarà che continuo ad ascoltare "Two sunsets" di Einaudi e sono immersa in un'atmosfera che solo certe melodie sanno creare. Sarà che sono una sognatrice patologica. Sarà che nonostante tutto credo all'amore ed alle emozioni intense che ti può regalare.
Una volta una cara amica mi lesse un pezzo tratto da un libro. Lei l'aveva annotato su un suo diario. E me lo lesse dicendomi "sono sicura che ti piacerà". Ed infatti non si sbagliava. Lo rilessi più e più volte. E lo ricopiai. Lo scrissi anche in un biglietto di auguri ad una persona cara. E adesso lo voglio postare. E' l'augurio di un genitore alla propria figlia. Io lo dedico a tutti, a tutti quelli che hanno voglia di sognare, sperare. A chi guarda la profondità delle cose, a chi sa amare o almeno ci prova. A chi crede nelle emozioni autentiche e nei sentimenti. A chi come me ci vuole riprovare, nonostante tutto. A chi si dona all'altro in maniera autentica, senza sotterfugi ed inganni. A chi crede all'intensità dei momenti e non al per sempre. A chi soffre per essere stato se stesso. A chi come me fa una fatica enorme a separarsi da certi ricordi e da certe emozioni. A chi spera che "la prossima volta sarà diverso". A chi sa capire quando di fronte a se ha una persona autentica e preziosa. E fa di tutto per non farsela scappare.
IL MIO AUGURIO
Un giorno, non puoi sapere quando, mentre sei al volante della tua auto, prenderai la direzione sbagliata. E in fondo alla strada lui sarà lì. Quell'uomo rappresenterà una città ai tuoi occhi. In lui troverai negozi e ristoranti, il teatro dell'opera, una squadra di baseball. Forse ci sarà una prigione o un ospedale. Ci sarà tutto ciò di cui hai bisogno. E quando avrai trovato quel luogo, questo luogo meraviglioso, non vorrai vivere in nessun altro posto. Parcheggia la tua auto e fermati. Perchè questa città per te sarà una casa. Una casa diversa da tutte quelle che hai conosciuto, la più casa di tutte le case.E poi troverai l'amore. E il dolore. Troverai la ricchezza e la povertà, la salute e la malattia, ogni cosa insomma. Questa è la città più grande di tutta la terra. E per te, se sarai davvero fortunata, sarà anche l'unica, il posto in cui nascerai per la prima volta, il posto in cui morirai e in cui avrai vissuto tutto quello che c'è in mezzo.
Da "Frammenti di una storia d'amore " Gabrielle Zenin.

Improvvisamente un click. Troppe emozioni, troppe informazioni che arrivano a disturbarti, a farti sentire come tante volte ti sei sentita. Dentro di te un groviglio, un impeto di rabbia per il dolore che provi di nuovo, ancora una volta. La confusione, il non riuscire ad individuare l'intrecciarsi dei fili dei tuoi pensieri con emozioni annesse. Un attimo di buio. Di sconforto. Di smarrimento. Ma poi la luce. La capacità di vedere altro. La possibilità di guardare oltre. Il saper ridimensionare. Il saper distinguere il mio dal resto del mondo. La forza di dire "stavolta è diverso" ed io ce la posso fare.
E poi quel senso di smarrimento, che è la chiave di tutto. La paura di sentirsi soli, di sentire che non sei nei pensieri di nessuno. Quel vedersi come una barchetta in mezzo all'immensità del mare. E non riuscire ad individuare nessun punto fermo, davvero nessuno. Sentire la solitudine e la fragilità. Sentire che l'unico che ti pensa costantemente sei solo tu stesso. Tu sei al centro dei tuoi pensieri e di nessun'altro. E devi combattere col tuo sentirti smarrita. Devi esaminare la realtà. Devi ragionare. E non cadere preda delle tue paure irrazionali. Devi fare delle tua fragilità una forza. E un pò ce la fai. Ed è bellissimo. Un pò hai sempre quel grande desiderio che qualcuno prenda la tua testa tra le sue mani e con fare rassicurante ti dica " stai tranquilla, è tutto a posto". Ed è bello anche questo. Perchè in fondo da soli non ci si riesce. Non completamente.
E la vita va avanti. Oscillando tra momenti di buio e momenti di luce, momenti di paura e fragilità e momenti di ottimismo e di forza. Credo nn si possa prescindere da tutto questo. Perchè forse tutto questo è vita.
".......Vorrei imparare dal vento a respirare, dalla pioggia a cadere, dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare e avere la pazienza delle onde di andare e venire, ricominciare a fluire......"